Privacy news: Whistleblowing, non basta omettere il nome del segnalante

Se nella tua impresa gestisci un canale di whistleblowing, devi prestare attenzione a un punto spesso sottovalutato: proteggere il nome del segnalante non è sufficiente.

Secondo una delibera ANAC, la riservatezza può essere violata anche quando il nominativo non viene mai pronunciato o scritto. Basta diffondere dettagli che, messi insieme, permettono a colleghi, responsabili o altre persone di capire chi ha fatto la segnalazione.

Per esempio, possono rendere riconoscibile il segnalante il riferimento a uno specifico contratto, a una riunione, al ruolo ricoperto, alle persone coinvolte o a circostanze note solo a pochi. Nelle piccole e microimprese il rischio è ancora più alto: se i ruoli sono molto specifici, pochi dettagli possono bastare per identificare una persona.

La riservatezza deve quindi accompagnare tutto il ciclo della segnalazione: ricezione, istruttoria, colloqui, raccolta dei documenti, comunicazioni interne e accesso agli atti. Devi condividere solo le informazioni realmente necessarie, con il minor numero possibile di persone autorizzate.

ANAC chiarisce anche che eventuali contrasti personali tra il lavoratore e l’azienda non eliminano automaticamente le tutele del whistleblowing. Ciò che conta è che, al momento della segnalazione, il lavoratore abbia fondati motivi per ritenere vere le informazioni comunicate. Non deve già possedere la prova definitiva dell’illecito.

Se dopo una segnalazione interviene un licenziamento, sarà il giudice del lavoro a valutare se si tratta di una ritorsione. ANAC, invece, può intervenire e sanzionare la violazione degli obblighi di riservatezza.

La regola pratica è semplice: non chiederti solo se hai nascosto il nome. Chiediti se, leggendo o ascoltando le informazioni condivise, qualcuno può comunque capire chi ha segnalato.

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